“PER UNA VITA”, UN RACCONTO INEDITO DI GIUSEPPE MUSTO

Fui concepita per errore in una Volkswagen Polo.

L’amore che legava i miei genitori era giovane e bruciava di una passione priva di ogni logica. Mamma mi raccontò che quando appresero la notizia della gravidanza, lei e papà scoppiarono a piangere, un po’ per gioia e un po’ per preoccupazione.

Il mondo stava cambiando rapidamente e io nacqui nel bel mezzo di un terremoto che mieteva vittime senza far rumore. Era un giorno di primavera quando papà mi venne a recuperare fuori da scuola per la prima volta. Mi disse che da quel momento in avanti sarebbe stato lui ad occuparsi di me. Ricordo che ne fui felice e lo abbracciai forte, ma nel suo sguardo era nascosta una tristezza adulta che non potevo comprendere. Scoprii più avanti che papà aveva perso il lavoro, ma ai miei occhi di bambina questa cosa pareva poco rilevante.

Mamma aveva cominciato a fare straordinari. All’inizio si trattava solo di qualche ora, ma ben presto divennero intere nottate. L’ospedale era la sua nuova casa. La incrociavo negli orari più bizzarri: poco prima di andare a dormire, o per qualche minuto all’ora di pranzo mentre si preparava un panino con formaggio. Le occhiaie dipingevano sul suo volto l’approssimarsi della resa. 

Ricordo che un giorno mi baciò la fronte e mi disse: «Bambina mia, smettila di crescere o finirò per non riconoscerti più».

Mi sembrò una frase talmente strana che il giorno seguente ne chiesi a papà il significato. Lui si sedette al tavolo della cucina, prese una mela dal cestello delle frutta e se la rigirò tra le mani. 

«Papà?» lo chiamai.

«Sì, amore… scusa. La mamma… ecco, la mamma voleva dire che le manchi.»

«E se le manco perché non torna mai a casa?»

«Tesoro, la mamma lavora. Lo fa per noi, capisci? Ne abbiamo bisogno… per mangiare, per mandarti a scuola, per comprare i vestiti. Lei vorrebbe tanto stare qui, con te, solo che non può.»

«E tu? Perché tu ci sei sempre?»

«E io.»

Papà abbandonò la mela e rise. Una risata triste, soffocata sulla nascita.

«Già, e io…» disse di nuovo con un filo di voce.

La mattina seguente le maestre mi fecero uscire nel bel mezzo della lezione. Tutti i compagni mi guardavano con invidia, ma le maestre tenevano lo sguardo basso e io capii che non c’era da essere allegri. Mamma se ne stava accanto all’ingresso, con indosso il camice da infermiera e gli occhi gonfi. Vidi le sue mani tremare mentre si allungavano verso di me per afferrarmi.

«Dov’è papà?» domandai. «Perché ci sei tu?»

Quell’ingenua domanda di bambina rimase senza risposta per diverse ore. Poi mamma crollò, e con tutta le delicatezza che riuscì a trovare, mi disse che papà non c’era più.

Papà si ammazzò davanti alla sede della SteelCa, un colosso dell’acciaio in declino. Si cosparse di benzina e senza disturbare, senza nemmeno dire una parola, appiccò quella fiamma che l’avrebbe spento per sempre. Lasciò una lettera sul tavolo della cucina, proprio accanto a quella mela con cui il giorno prima non riusciva a smettere di giocare. Elencò con lucidità tutto quello che mia madre avrebbe dovuto fare dopo la sua morte. Qualche mese dopo, la SteelCa risarcì la nostra famiglia.

Ripenso a quei giorni mentre sono qui, in coda agli sportelli dell’Ufficio di Ripopolamento, in attesa del turno per consegnare la mia candidatura spontanea. Una maternità come lavoro e non come scelta: concepire un figlio pur di potersi garantire un pasto caldo e un tetto sotto cui vivere.

Ho sempre trovato la decisione di papà estrema e crudele. Ma ora che vesto i suoi stessi panni, anche se sembrano diversi, non so più cosa pensare. Adesso che sono qui, a barattare la mia esistenza in cambio di una scorciatoia, quasi invidio quella Volkswagen Polo nera e quel caos gonfio di vita che bruciava tra le sue lamiere, una torrida estate di tanti anni fa.

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