“SCOMPARIRE”, UN RACCONTO INEDITO DI GIUSEPPE MUSTO

Erano passati sei giorni, e di Rufus ancora nessuna traccia. 

Camilla non accettava l’idea che il suo amato bastardino l’avesse abbandonata e ogni sera, dopo il lavoro, indossava le scarpe da corsa e si aggirava per il quartiere in cerca dell’amico scomparso. L’inverno era alle porte e il cielo, a quell’ora del tardo pomeriggio, diventava di un blu elettrico intenso, capace di sprigionare energia e scaricarla a terra. Qualche zigrinatura di rosa spezzava quel blu infinito, soffici nuvole che parevano rughe su volto altrimenti perfetto.

Le vite degli altri vibravano dietro le cancellate in ferro battuto, nei giardini, oltre i muri di quelle case che proteggevano la fragilità di esistenze in divenire. Camilla ascoltava ogni suono nel tentativo di decifrare il mugolio sommesso di Rufus, e invece il suo udito captava solo conversazioni a metà, frasi appena accennate e lasciate in sospeso, apparentemente senza senso. Mancava il vissuto a dar forma a quello che altrimenti non era altro che rumore di fondo.

Quando si trovò a passare davanti casa dell’astronomo, Camilla rallentò. Lo chiamavano così, l’astronomo. Un giorno sua madre le aveva spiegato il perché. Da quando la moglie era morta, lui passava tutte le notti in giardino a fissare il cielo. Stendeva una coperta e vi si sdraiava sopra, avvolto in un sacco a pelo malconcio.

Ora che le temperature iniziavano a calare e le notti si facevano sempre più rigide, l’intero paese si era convito che presto il vecchio sarebbe stato trovato morto assiderato. 

Camilla si fermò davanti alla sua staccionata; era bassa e fragile, non proteggeva nulla. L’astronomo era già steso a terra. 

Se passa tutte le notti sveglio può aver visto Rufus, pensò.

«Mi scusi» disse, posando le mani sul legno umido.

L’astronomo sollevò impercettibilmente il capo. Sembrava una crisalide restia alla metamorfosi.

«Non voglio disturbarla» proseguì Camilla. «È solo che il mio cane è scomparso da alcuni giorni, magari lei l’ha visto.»

«Com’è fatto?» domandò l’astronomo.

Camilla si stupì nell’udire la sua voce. Era calda e rassicurante. Una voce normale, non quella di un  vecchio matto, pensò d’istinto, e subito provò vergogna per se stessa.

«Ho una foto, vuole vederla?» 

La sfilò dalla tasca interna della giacca; una giacca a coste beige, un vecchio regalo di Natale della nonna. Scartandola, l’aveva trovata orribile. Aveva sorriso e ringraziato, ma una volta a casa l’aveva nascosta nell’armadio. Poi la moda era cambiata, le sue amiche avevano cominciato a vestirsi come negli anni Settanta. La giacca era stata riesumata e Camilla si era stupita di trovarla splendida. La vista è un senso così inaffidabile. L’olfatto no, di quello sì che ti puoi fidare. Rufus lo sapeva bene. Era mezzo cieco, ma non sbagliava mai strada. 

L’astronomo si avvicinò alla staccionata. Indossava una tuta felpata e aveva un fisico piuttosto asciutto. Era in forma. Camilla non gli avrebbe mai dato gli ottant’anni che si portava sulle spalle.

«È un bel cane» mormorò il vecchio.

«Sì. Mi manca molto» disse Camilla. Non capì perché, ma era felice che qualcuno l’ascoltasse.

«Anche a me.»

Camilla si domandò di cosa stessero parlando per davvero.

«Non l’ho visto» disse infine lui. Si voltò e tornò nel suo bozzo.

Camilla riprese a camminare. Quando arrivò davanti alla porta di casa estrasse ancora la foto dalla tasca. Faceva freddo, non si sentiva le mani. Il buio era sceso, impetuoso, inarrestabile come un torrente di fango. L’immagine di Rufus era impossibile da distinguere. Camilla aprì la porta e decise che non l’avrebbe più cercato.

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