Portami dove ci si può sporcare

Dopo aver generato il suo protagonista, l’autore si riposò.

Il sole stava calando. Una luce rossastra, come arenaria intangibile, era sgattaiolata nella stanza senza fare rumore, colorando le pareti bianche e spoglie di poesia. 

I libri era sparsi ovunque. L’autore aveva passato anni a cercare tra quelle pagine taglienti e vissute l’ispirazione per il suo grande capolavoro.

E ora, finalmente, aveva trovato il coraggio d’iniziare. 

Il suo protagonista era un uomo impavido e passionale, insaziabile di conoscenza. Tutt’intorno l’autore gli aveva costruito un’ambientazione suggestiva: un paese idilliaco in cima a una scogliera, a capofitto sul mare, blu, senza confini. E poi la natura, gli animali selvaggi, pericolosi criminali da combattere, un grande amore da conquistare. Era tutto lì, nella sua testa, in divenire. 

Il suo protagonista lo osservava, steso sul foglio bianco in attesa delle parole giuste. Ma quelle tardavano ad arrivare, e allora il protagonista, impaziente di vita, decise di rivolgersi al suo autore e uscì dal foglio.

Quello barcollò, stupito. Per poco non cadde dalla sedia.

«Che stai facendo? Torna subito dentro la storia!»

«Calmati, calmati! Sono qui per aiutarti» rispose lui, i muscoli del collo tesi e in bella mostra. L’autore, che se ne stava lì, curvo sotto il peso della sua immobilità, si fece forza e domandò: «Cosa vuoi?»

«Ho visto il mondo che mi hai creato.»

«E?» lo incalzò.

«Non mi piace. Ecco tutto.»

«Come sarebbe a dire che non ti piace? Ho costruito un paradiso terrestre, pieno di avventure,  colpi di scena, passioni. L’ho fatto per te, ingrato che non sei altro!»

«Davvero? Sei sicuro di averlo fatto per me?»

Il protagonista avanzò verso la sedia sulla quale l’autore stava riverso. Quello trasalì, scattò in piedi e si rifugiò dietro l’armadio.

«Ti faccio paura?» chiese il protagonista. Non sopraggiunse alcuna risposta. 

«Perché mi hai creato così poco… reale? Io voglio essere umano. Non m’importa incutere timore.  La reverenza, l’impassibilità, la forza, le lascio agli altri. Io voglio essere come te. Voglio avere quello che hai tu.»

La testa dell’autore fece capolino da dietro l’armadio.

«Stai scherzando, vero?»

«Vieni qui» disse il protagonista. 

Ancora titubante, l’autore mosse qualche passo verso la sua creazione. Quella si avvicinò alla persiana e la spalancò.

La luce del sole invase la stanza. L’aria fece danzare le tende sotto lo sguardo estasiato del protagonista. Una sottile brezza primaverile s’insinuò sotto la camicia dell’autore, che sentì la frescura della sera accarezzargli la pelle. 

«Non noti nulla di strano?»

L’autore guardò il suo protagonista, poi spalancò gli occhi per la sorpresa.

«I tuoi capelli!»

Sebbene folti e lucenti, quelli se ne stavano immobili come pietra, insensibili al soffio del vento. 

«Perché non si muovono?» domandò.

«Perché te ne sei dimenticato. Da quanto tempo sei rinchiuso qui? Come fai a scrivere di qualcosa che nemmeno ricordi? E adesso seguimi.»

Il protagonista corse giù per le scale e si precipitò fuori dall’abitazione.

Quando l’autore lo raggiunse, lo vide accovacciato a terra, vicino a quel campo, ora spoglio, che una volta suo padre arava, la schiena curva e arsa dal sole. Poteva ancora vedere il sudore colare su quel volto esausto, come lacrime di gioia o di dolore, impossibili da trattenere.

E forse quello erano: lacrime di gioia e di dolore. Lacrime di vita.

«Inginocchiati qui, accanto a me.»

L’autore seguì le indicazioni del suo protagonista. Un protagonista che forse non era più suo. 

«Metti le mani qui e scava. Sì, come sto facendo io. La senti? Puoi sentire la terra che si infila sotto le unghie, che preme contro la carne, che lacera la pelle?»

L’autore annuì.

Quando smise di scavare, le mani erano nere, putride; le unghie ricoperte da una cornice di fango.

«Sono bellissime, non trovi?» gli domandò il protagonista. «Adesso guarda le mie.»

Erano immacolate. Le mani di un bambino. 

L’autore stava cominciando a capire. Imparava la vita da un personaggio che pensava di possedere, e che ora, invece, rivendicava i suoi spazi, usciva dalla pagina, pretendeva dignità.

«Quello che tu chiami paradiso, per me non è altro che un purgatorio. Portami dove ci si può sporcare.»

L’autore e il protagonista rimasero seduti immobili su quella terra arida che un tempo ospitava la vita. Osservarono il sole annegare all’orizzonte e la luna fare il suo ingresso, fiera e discreta, su quell’immenso palcoscenico chiamato cielo.

Era notte fonda quando l’autore si accorse che il suo protagonista dormiva. Steso su un fianco, inerme. Un corpo anonimo, privato di qualsivoglia difetto umano. 

«Perdonami» disse sottovoce.

Poi si alzò, attraversò il buio e corse in camera. Accese una candela. La poche pagine scritte se ne stavano appoggiate sulla scrivania. Le prese tra le mani, leggere e insignificanti, e lasciò che la fiamma le divorasse. Le buttò nel cestino. Non provò nulla, se non un fugace senso di sollievo. 

Si sentiva libero. Una libertà a cui nessuno l’aveva preparato. Una libertà che lo spaventava e al tempo stesso rassicurava. 

Si affacciò alla finestra e guardò il campo. Il suo personaggio era scomparso. 

A terra c’era ancora il solco lasciato dalle loro mani. O forse erano state solo le sue, di mani, a scavare. Non ha importanza, pensò. 

Scese i gradini e uscì in veranda. Si tolse la camicia e rimase a torso nudo. Voleva sentire il mondo schiantarsi contro la sua pelle. 

Si sfilò le scarpe e i calzini. D’un tratto cominciò a piovere, grosse gocce d’acqua in rotta di collisione col suolo. 

L’autore chiuse gli occhi, sedotto dall’odore di terra bagnata. Poi d’un tratto, come in risposta a un muto richiamo, si tuffò nella notte. 

Mentre le pagine del suo romanzo incompiuto si trasformavano in cenere, lui cominciava a correre. 

Era pronto a sporcarsi.

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