Vergogna

Elena è stesa sul letto e osserva il sole filtrare attraverso le tapparelle socchiuse. Un raggio di luce si stiracchia fino ai suoi piedi e le illumina le dita affusolate.

Allunga un braccio verso il comodino e spera che questo risveglio sia diverso dagli altri. Invece no, il suo messaggio è lì, imperterrito, inviato in piena notte mentre lei si rigirava tra le lenzuola accartocciate come il suo volto. 

Troia.

Lo stesso messaggio ogni notte. 

Troia.

Una sola parola, niente di più.

Da quando Elena lo ha lasciato, Marco non fa che chiamarla per registrare messaggi in segreteria dove riversa tutto il suo rancore. Elena ha smesso di ascoltarli, ma sa che ci sono, sa che esistono, che lì, da qualche parte nell’etere, le sue accuse continuano a rimbalzare senza tregua.

Si alza e va in cucina, ai piedi la polvere che dimentica sempre di spazzare.

Si versa una tazza di caffè avanzato dalla sera prima e mentre lo beve cerca di scacciare quell’orribile sensazione che continua a farla sentire sbagliata, in difetto. 

Sua madre la chiama per l’ennesima volta e lei non risponde. Le invia un messaggio, sto lavorando, scrive, anche se sono le sette e non inizierà prima delle nove. Sua madre lo sa, ma finge di non sapere e risponde ok.

Non ha ancora avuto il coraggio di dirle quello che è successo, e spesso si domanda se sia proprio il coraggio a mancarle o qualcos’altro. Qualcosa a cui ancora non riesce a dare un nome.

Appoggia la tazza vuota nel lavello, poi cammina fino alla doccia, si spoglia e si lava. L’acqua le scivola addosso su quel corpo impermeabile che sembra non esserlo altrettanto col dolore. Quello non scivola via mai, pensa, s’insinua in ogni poro e si accumula come lo sporco. Diventa sempre più grande e sempre più scuro, fino a quando ti prende tutta. E allora il tuo corpo non le basta più e cerca di distrugge quello che incontra sulla sua strada.

La prima vittima è stata la sua famiglia. Elena se ne è allontanata in modo distratto. È bastato non rispondere una volta al telefono, assaporare il vile sollievo del silenzio, per non riuscire più a smettere. Poi sono arrivate le amicizie. Sono stanca, scriveva nei messaggi. Stasera ho un impegno. E invece finiva sempre per nascondere la testa sotto il cuscino, unico modo per fermare le lacrime alla fonte.

Esce dalla doccia e si asciuga. Lo specchio è appannato e Elena non riesce a riconoscersi. Forse anche i suoi colleghi la vedono così. Appannata, indefinita, un fantasma che galleggia tra gli uffici, che sorride solo per allontanare le domande. 

Si veste e resta seduta sul water ad ascoltare il tempo che scorre. Che rumore fa il tempo? Elena ha come l’impressione che abbia il suono dei sospiri, di quelli che fa per controllare la tachicardia e gli attacchi di panico. O forse si sbaglia, forse è lo stesso rumore del vuoto che si porta nello stomaco. Un ronzio opprimente e denso, costante, come un acufene del quale non riesci a sbarazzarti.

Quando si decide ad alzarsi, il sole lo fa con lei e adesso non è più timido come prima, ma vanitoso, spavaldo, in cerca d’attenzioni. Elena vorrebbe ignorarlo, ma quello la colpisce dritto in faccia e la costringe a chiudere gli occhi. Si mette una mano sulla fronte e li riapre. 

L’auto è parcheggiata lungo il vialetto, i vetri appannati dall’umidità della notte. Sta per aprire la portiera, quando si accorge della sua vicina di casa, Silvia. Sono state buone amiche in passato, prima che lei si allontanasse. Prima che lui le chiedesse di allontanarsi da tutti. Prima che lei accettasse di farlo. Cammina lentamente, trascinandosi appresso un passeggino che sembra vuoto, eppure Elena sa che lì dentro c’è una vita in divenire, la guarda e non prova nulla.

Saluta la sua vicina di casa in modo meccanico, il braccio si solleva come mosso da fili invisibili. Lei non risponde al saluto, e Elena si accorge che sta guardando oltre, verso la casa. Segue lo sguardo e sente il vuoto nello stomaco allargarsi e ingoiarle il respiro.

Un’enorme scritta nera copre l’intera facciata che dà sul viale.

TROIA.

Elena legge e non prova nulla, se non un grande imbarazzo. Per l’ennesima volta si domanda perché debba soccombere a un sentimento così stupido, così inadatto alla situazione. Vorrebbe provare rabbia e invece sente solo vergogna. Le gote le si arrossano e la maglia le si appiccica alla schiena.

Anche se suda, Elena trema.

Torna a guardare la sua vicina; ora ha un sorriso compassionevole che la fa tremare ancora di più. Elena abbassa lo sguardo e sale in auto, poi corre veloce verso il lavoro in cerca di un rifugio, un luogo sicuro che non esiste.

Quando torna a casa la scritta è ancora lì; non luccica come sullo schermo del telefono, ma si confonde nel buio della sera. Anche se fatica a vederla, Elena sa che c’è; se la sente addosso, come se Marco gliel’avesse tatuata sulla pelle, incisa nella carne, e non semplicemente dipinta su quel muro scrostato e ammuffito dal tempo. Ora sente che anche il suo corpo è scrostato e ammuffito, e forse l’unica cosa che può fare è radere al suolo tutto, sia la casa che se stessa. 

Rientra in quelle mura che una volta la proteggevano, mentre ora la espongono alla vergogna, e come sempre si rifugia nella sua stanza, sotto le coperte, sotto le macerie.

Si addormenta e si sveglia che il sole è già alto in cielo. È tardi, la sveglia ha suonato e lei non l’ha sentita. Decide che non andrà al lavoro ed è come se un altro pezzo della sua vita si staccasse dal corpo. Un muro scrostato che si sgretola. 

Nessuno la chiama, forse i suoi colleghi nemmeno si sono accorti della sua assenza. 

Chi c’era seduta a quella scrivania? Non lo ricordano già più.

Elena abbassa le tapparelle, si sdraia a terra, in salotto, sul tappeto, e ricomincia a dormire. 

Si sveglia solo quando sente bussare alla porta. Fuori un vociare indistinto riempie l’aria delle vite altrui. Prima di andare ad aprire, si guarda allo specchio. I capelli unti le si sono appiccicati alla fronte, gli occhi sono arrossati, la pelle secca e avvizzita. 

Si sciacqua la faccia e cammina lenta verso l’ingresso. Non si aspetta nulla. Forse il postino, o forse uno scherzo. O magari Marco, che finalmente si è deciso a farla finita. Quasi ci spera, non ha più paura, è solo stanca e vuota.

Invece apre la porta e si trova di fronte Silvia, la sua vicina di casa. Le sorride, e Elena non capisce. 

«Ti stiamo aspettando» dice, e si sposta per lasciarla passare. 

Elena sente i piedi nudi muoversi verso l’esterno, aderire al pavimento freddo e poi al cemento ruvido dei gradini. 

Fuori è tutto un brulicare di vita. Il suo giardino sembra il ritrovo di una scolaresca prima di una gita. Le madri ridono mentre guardano i bambini dipingere il muro.

«Spero non ti dispiaccia» dice Silvia. 

Con la O di troia i bambini ci hanno fatto una ruota panoramica. Con la T una gru. La I è una scala che porta verso il cielo, mentre dalla R parte uno scivolo che finisce nel mare. 

«La A è ancora in lavorazione.»

Silvia ride mentre lo dice. 

Elena sente che gli occhi le si stanno riempiendo di lacrime e per la prima volta non ha nessuna voglia di fermarle. Si accorge solo ora che ogni madre del quartiere indossa una maglietta con la scritta TROIA, in bella mostra sulla schiena.

«Io non…» 

Elena non riesce ad aggiungere altro. Sente i singhiozzi sopraggiungere, svuotarle lo stomaco, rigettare tutto quel dolore che ha cercato di ingoiare per troppo tempo. La vergogna fugge dalla testa, impreparata ad affrontare una battaglia impari. Osserva la scritta sul muro e ha come l’impressione che quella parola sia stata privata della sua brutalità, e che ora risplenda di una luce nuova, pura e innocente.

Silvia la prende per mano e la porta verso la A.

«Bambini, date un pennello a Elena» dice. 

Lei lo afferra e lo intinge nell’azzurro. Un po’ di tempera cola dalle setole e finisce a terra.

«E adesso trasformala in ciò che vuoi.»

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